{"id":40578,"date":"2017-02-06T12:24:38","date_gmt":"2017-02-06T11:24:38","guid":{"rendered":"http:\/\/www.romainpiazza.it\/?p=40578"},"modified":"2017-02-06T12:24:38","modified_gmt":"2017-02-06T11:24:38","slug":"creare-beni-comuni-e-mondi-nuovi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.romainpiazza.cloud\/index.php\/creare-beni-comuni-e-mondi-nuovi\/","title":{"rendered":"Creare beni comuni e mondi nuovi"},"content":{"rendered":"<p>Ovunque gli spazi urbani vengono privatizzati, le strade commercializzate ed \u00e8 proibito persino sdraiarsi su di una spiaggia senza pagare. I fiumi intanto vengono contenuti dalle dighe, le foreste disboscate, l\u2019acqua imbottigliata e messa sul mercato, i sistemi di conoscenza tradizionali saccheggiati attraverso norme di propriet\u00e0 intellettuale e le scuole trasformate in imprese volte al profitto. Ci\u00f2 spiega perch\u00e9 l\u2019idea dei beni comuni esercita una forte attrattiva sull\u2019immaginario collettivo. Del resto, in ogni angolo del mondo gruppi di persone hanno cominciato a costruire insieme beni comuni: orti urbani, banche del tempo, gruppi di acquisto solidale, monete locali, licenze \u201ccreative commons\u201d, pratiche di baratto, cucine popolari, esperienze di pesca comunitaria\u2026 Creare e difendere beni comuni \u00e8 pi\u00f9 di un argine contro gli assalti neoliberisti alle nostre vite. \u00c8 la forma embrionale di un modo diverso di vivere, \u00e8 il seme di una societ\u00e0 oltre il mercato e lo stato. \u201cIl nostro compito \u00e8 comprendere come possiamo connettere queste diverse realt\u00e0 \u2013 spiegano in questo splendido saggio George Caffentzis e Silvia Federici \u2013 E come possiamo assicurarci che i beni comuni che creiamo siano realmente trasformativi delle nostre relazioni sociali e non possano essere cooptati\u201d<\/p>\n<p>Abstract<\/p>\n<p>Il documento mette a confronto la logica sottostante la produzione dei \u201cbeni comuni\u201d con quella delle relazioni capitaliste e descrive le condizioni in base a cui i beni comuni divengono semi di una societ\u00e0 oltre lo stato e il mercato. Mette anche in guardia rispetto al pericolo di cooptazione dei beni comuni per fornire forme di riproduzione a basso costo e analizza come poter prevenire tale esito.<\/p>\n<p>Introduzione<\/p>\n<p>I \u201cbeni comuni\u201d stanno diventando una presenza costante nel linguaggio politico, economico e persino in campo edilizio, dei nostri tempi. Sinistra e destra, neoliberisti e neokeynesiani, conservatori e anarchici utilizzano il concetto nella loro propria accezione politica. La Banca mondiale li ha adottati chiedendo, nell\u2019aprile 2012, che tutte le ricerche interne o supportate da fondi della banca stessa fossero \u201copen access e sotto licenza Creative Commons \u2013 un\u2019organizzazione non-profit le cui licenze di copyright sono progettate in modo da consentire un pieno accesso alle informazioni offerte da internet\u201d (Banca mondiale, 2012). Persino l\u2019Economist, giornale campione di neoliberismo, si \u00e8 mostrato favorevole elogiando Elinor Ostrom \u2013 esperta di studi sui beni comuni \u2013 nel suo necrologio: \u201cPer Elinor Ostrom il mondo conteneva un grande nucleo di buon senso. Le persone, se lasciate a se stesse, si sarebbero organizzate in modo razionale per sopravvivere e andare d\u2019accordo. Sebbene nel mondo terre coltivabili, foreste, acqua potabile e pescato siano limitati, \u00e8 possibile condividerli senza depredarli e averne cura senza entrare in conflitto. Mentre altri avevano pessimisticamente parlato di tragedia dei beni comuni, vedendo nell\u2019accessibilit\u00e0 a tutti solo un sovra-sfruttamento del pescato e delle terre coltivabili, la Ostrom, con la sua forte risata, dava un taglio allegro e anticonformista\u201d (Economist, 2012).<\/p>\n<p>Infine, \u00e8 difficile ignorare il prodigo uso di \u201ccomune\u201d e \u201cbeni comuni\u201d nei discorsi correlati a campus universitari, centri commerciali e comunit\u00e0 recintate. Le universit\u00e0 di elite che richiedono dagli studenti le rette annue di 50.000 dollari, chiamano poi le biblioteche \u201cinformazione comune\u201d. \u00c8 quasi una legge della vita sociale contemporanea che, pi\u00f9 i beni comuni vengono attaccati e pi\u00f9 essi vengono celebrati.<\/p>\n<p>In questo articolo, esamineremo le ragioni di questi sviluppi e solleveremo alcuni interrogativi che oggi i comunardi anticapitalisti devono affrontare:<br \/>\nCosa intendiamo per \u201cbeni comuni anticapitalisti\u201d?<br \/>\nCome possiamo creare, al di fuori dei beni comuni a cui diamo vita con la lotta, un nuovo modello di produzione non basato sullo sfruttamento del lavoro?<br \/>\nCome possiamo evitare che i beni comuni vengano cooptati e divengano piattaforma su cui una classe di capitalisti in declino possa ricostruire le proprie fortune?<\/p>\n<p>Storia, capitalismo e beni comuni<\/p>\n<p>Iniziamo con una prospettiva storica, tenendo a mente che la storia stessa \u00e8 un bene comune persino quando testimonia i modi in cui siamo stati divisi, se \u00e8 narrata attraverso una molteplicit\u00e0 di voci. La storia \u00e8 la nostra memoria collettiva, il nostro corpo esteso che ci connette a un pi\u00f9 ampio mondo di lotte che conferiscono significato e potere alla nostra pratica politica.<\/p>\n<p>La storia, inoltre, ci mostra come quello dei \u201cbeni comuni\u201d sia un principio attraverso cui gli esseri umani hanno organizzato la propria esistenza per centinaia di anni. Come ci ricorda Peter Linebaugh, non vi \u00e8 societ\u00e0 che non abbia nel proprio cuore I beni comuni (Linebaugh, 2012). Persino oggigiorno, persistono sistemi di propriet\u00e0 collettiva in molte parti del mondo e in special modo in Africa e tra gli indigeni dell\u2019America Latina. E tuttavia, quando parliamo del principio del \u201ccomune\u201d o dei \u201cbeni comuni\u201d, come immaginato o nelle forme esistenti di benessere condiviso, non ci riferiamo solo ad esperimenti in piccola scala. Ci riferiamo piuttosto a formazioni sociali su larga scala che nel passato coinvolgevano interi continenti, come una rete di societ\u00e0 comunitarie che esistevano nell\u2019America precoloniale, che andava dall\u2019attuale Cile fino al Nicaragua e al Texas, connessi da una vasta gamma di scambi economici e culturali. In Inghilterra, le terre comuni costituirono un importante fattore economico fino alla fine del XX secolo. Linebaugh stima che nel 1688, un quarto dell\u2019area totale di Inghilterra e Galles era costituita da terre comuni (Linebaugh, 2008). Dopo pi\u00f9 di due secoli di recinzioni che portarono alla privatizzazione di milioni di acri di terreno, secondo l\u2019undicesima edizione dell\u2019Enciclopedia Britannica, la quantit\u00e0 di terre comuni ancora rimaste nel 1911 era tra il milione e mezzo e i due milioni di acri, corrispondenti a circa il 5 per cento del territorio inglese. Verso la fine del XX secolo, le terre comuni erano ancora il 3 per cento del territorio totale (Naturenet, 2012).<\/p>\n<p>Queste considerazioni sono importanti per dissipare la convinzione che una societ\u00e0 basata sui beni comuni sia un\u2019utopia o che i beni comuni possano limitarsi solo a progetti di piccola scala, incapaci di fornire le fondamenta di un nuovo modello di produzione. Non solo i beni comuni sono esistiti per centinaia di anni, ma elementi di societ\u00e0 basata sulla propriet\u00e0 collettiva permangono tutt\u2019oggi, anche se sono sotto costante attacco, poich\u00e9 lo sviluppo capitalista necessita la decostruzione delle relazioni e delle propriet\u00e0 collettive.<\/p>\n<p>In riferimento alle recinzioni del XVI e XVII secolo, cha hanno espulso i contadini in Europa dalle loro terre \u2013 l\u2019atto di nascita della societ\u00e0 capitalista moderna \u2013 Marx parl\u00f2 di accumulazione \u201cprimitiva\u201d o \u201coriginaria\u201d. Ma noi abbiamo imparato che questa non fu una condizione irripetibile, circoscritta sul piano spaziale e temporale, ma \u00e8 un processo che continua anche nel presente (Midnight Notes Collective, 1990). L\u2019accumulazione primitiva \u00e8 la strategia con cui la classe capitalista risorge sempre in tempi di crisi, quando necessita di riaffermare il proprio potere sul lavoro e, con l\u2019avvento del neoliberismo, questa strategia \u00e8 stata estremizzata, in modo tale che la privatizzazione si estende ad ogni aspetto della nostra esistenza.<\/p>\n<p>Viviamo ora in un mondo in cui ogni cosa, dall\u2019acqua che beviamo alle cellule e genoma del nostro corpo, hanno sopra un cartellino con il prezzo e nessuno sforzo \u00e8 tralasciato per far si che le imprese possano avere il diritto di recintare fino all\u2019ultimo spazio libero sulla terra e di costringerci a pagare per potervi avere accesso. Non solo terre, foreste e pescato sono stati sottratti per scopi commerciali in quello che appare come un nuovo \u201caccaparramento di terre\u201d di proporzioni mai viste. Da New Delhi a New York, da Lagos a Los Angeles, lo spazio urbano viene privatizzato, le strade commercializzate ed \u00e8 proibito persino sedersi lungo i marciapiedi o sdraiarsi su di una spiaggia, senza pagare. I fiumi vengono contenuti dalle dighe, le foreste disboscate, l\u2019acqua imbottigliata e messa sul mercato, i sistemi di conoscenza tradizionali vengono saccheggiati attraverso norme di propriet\u00e0 intellettuale e le scuole pubbliche vengono trasformate in imprese volte al profitto. Ci\u00f2 spiega perch\u00e9 l\u2019idea dei beni comuni esercita una tale attrattiva sull\u2019immaginario collettivo: la loro perdita sta ampliando la nostra presa di coscienza del significato della loro esistenza e accresce il nostro desiderio di conoscerli meglio.<\/p>\n<p>Beni comuni e lotta di classe<\/p>\n<p>Nonostante tutti gli attacchi subiti, i beni comuni non hanno smesso di esistere. Come ha sostenuto Massimo De Angelis, vi sono sempre stati beni comuni \u201cfuori\u201d dal capitalismo che hanno giocato un ruolo nella lotta di classe, alimentando l\u2019immaginario radicale cos\u00ec come i corpi di molti comunardi (De Angelis, 2007). Le societ\u00e0 di mutuo soccorso del diciannovesimo secolo ne sono un esempio (Bieto, 2000). Ma ancor pi\u00f9 importante, nuovi beni comuni vengono costantemente creati. Dal software libero al movimento dell\u2019economia solidale, un intero mondo di nuove relazioni sociali sta nascendo sulla base del principio della condivisione comunitaria (Bollier and Helfrich, 2012), sostenuto dalla presa di coscienza che il capitalismo non ha nulla da darci al di fuori di pi\u00f9 miseria e divisioni. Sicuramente, in un periodo di crisi permanente e di costanti assalti al lavoro, gli stipendi e gli spazi sociali, la costruzione dei beni comuni \u2013 banche del tempo, giardini urbani, Community Supported Agriculture (agricoltura sostenuta dalla comunit\u00e0), gruppi di acquisto solidale, monete locali, licenze \u201ccreative commons\u201d, pratiche di baratto \u2013 rappresentano strumenti cruciali di sopravvivenza. In Grecia, negli ultimi due anni, mentre salari e pensioni venivano tagliati di una media del 30 per cento e la disoccupazione giovanile ha raggiunto il 50 per cento, si sono sviluppate diverse forme di mutualit\u00e0 come i servizi medici gratuiti, la distribuzione gratuita dei prodotti contadini nei centri urbani e il riallaccio dei cavi elettrici staccati per morosit\u00e0.<\/p>\n<p>Tuttavia, le iniziative di commoning sono qualcosa di pi\u00f9 di un semplice argine contro gli assalti neoliberisti alle nostre vite. Esse sono semi, forme embrionali di un modo alternativo di produzione in divenire. \u00c8 cos\u00ec che dovremmo considerare anche i movimenti di occupazione di case che sono emersi in molte periferie urbane, segni di una crescente popolazione di cittadini \u201cscollegati\u201d dal mondo dell\u2019economia formale, che ora riproducono se stessi fuori dal controllo dello stato e del mercato (Zibechi, 2012).<\/p>\n<p>La resistenza degli indigeni delle Americhe alle continue privatizzazioni delle loro terre e dell\u2019acqua ha dato nuovo impulso alla lotta per i beni comuni. Mentre la richiesta degli zapatisti per una nuova costituzione che riconoscesse la propriet\u00e0 collettiva \u00e8 stata ignorata dallo stato messicano, il diritto degli indigeni ad utilizzare le risorse naturali nei loro territori \u00e8 stato sancito dalla Costituzione venezuelana dal 1999. Anche in Bolivia, nel 2009, una nuova Costituzione ha riconosciuto la propriet\u00e0 collettiva. Citiamo questi esempi non perch\u00e9 confidiamo sull\u2019apparato giuridico statale per promuovere la societ\u00e0 dei beni comuni che noi vogliamo, ma per dimostrare quanto potente sia la richiesta che viene dal basso per la creazione di nuove forme di socialit\u00e0 organizzate secondo il principio della cooperazione sociale e la difesa delle forme comunitarie gi\u00e0 in essere. Come hanno mostrato Raquel Guti\u00e9rrez (2009) e Ra\u00fal Zibechi (2012), la \u201cguerra dell\u2019acqua\u201d del 2000 in Bolivia, non sarebbe stata possibile senza l\u2019intricata rete di relazioni sociale delle ayllu e altri sistemi comunitari che regolano la vita tra gli Aymara e i Quechua.<\/p>\n<p>Le iniziative dei movimenti di donne hanno giocato un ruolo speciale in questo contesto. Come dimostrato da una crescente letteratura femminista, per via della loro precaria relazione con l\u2019occupazione stabile, le donne sono sempre state pi\u00f9 interessate degli uomini alla difesa dei beni comuni naturali e in molte regioni sono state le prime a mobilitarsi contro la distruzione ambientale: contro la deforestazione, contro la vendita di alberi per scopi commerciali e la privatizzazione dell\u2019acqua. Le donne hanno anche dato la vita a diverse forme di condivisione delle risorse come le \u201ctontine\u201d, che sono la forma pi\u00f9 antica e diffusa di banche popolari ancora esistente. Queste iniziative si sono moltiplicate a partire dagli anni \u201970 quando, in risposta agli effetti combinati di piani di austerit\u00e0 e repressione politica in diversi paesi (es. Cile, Argentina), le donne si sono messe insieme per creare forme comunitarie di riproduzione, consentendo loro di incrementare il loro budget e al tempo stesso di spezzare quel senso di paralisi che l\u2019isolamento e la sconfitta produce. In Cile, dopo il colpo di stato di Pinochet, le donne hanno messo su cucine popolari \u2013 comedores populares \u2013 per cucinare collettivamente con il vicinato, fornendo i pasti per le loro famiglie cos\u00ec come per la gente della comunit\u00e0 che non riusciva a sfamarsi da s\u00e9. L\u2019esperienza delle cucine popolari \u00e8 stata cos\u00ec potente nel riuscire a rompere la cortina di paura che aveva avvolto il paese dopo il colpo di stato, che il governo la proib\u00ec, mand\u00f2 la polizia a distruggere le pentole e accus\u00f2 di comunismo le donne che mettevano su i comedores (Fisher 1993). Seppure in modo diverso, si tratta di un\u2019esperienza ripetuta nel corso degli anni \u201980 e \u201990 in varie parti dell\u2019America Latina. Come riferisce Zibechi (2012, leggi La calce del nuovo mondo ndr), centinaia di organizzazioni popolari, cooperative e spazi comuni, connessi con i temi di cibo, terra, acqua, salute, cultura, organizzati principalmente da gruppi di donne, sono emerse anche in Per\u00f9 e Venezuela, gettando le basi per un sistema cooperativo di riproduzione, basato sul valore d\u2019uso e operando autonomamente rispetto allo stato e al mercato. Anche in Argentina, dopo il recente crack economico del paese nel 2001, le donne hanno portato avanti iniziative di \u201ccommoning\u201d nelle autostrade cos\u00ec come nei barrios, portando le pentole di cibo ai piquetes, per consentir loro di resistere nelle barricate in strada, e organizzando assemblee popolari e comitati cittadini (Rauber 2002).<\/p>\n<p>Anche in molte citt\u00e0 degli Stati Uniti, come Chicago, sta emergendo una nuova forma di economia sotto il radar di quella formale, in parte per via della necessit\u00e0 e in parte per il desiderio di ricreare il tessuto sociale che la ristrutturazione economica e il processo \u201cgentrificazione\u201d hanno sovvertito; in particolar modo, le donne stanno portando avanti varie forme di commercio, baratto e mutuo soccorso che sfuggono dalla portata delle reti commerciali.<\/p>\n<p>Cooptazione dei beni comuni<\/p>\n<p>Di fronte a questi sviluppi, il nostro compito \u00e8 di comprendere come possiamo connettere queste diverse realt\u00e0 e come possiamo assicurarci che i beni comuni che creiamo siano realmente trasformativi delle nostre relazioni sociali e non possano essere cooptati. Il pericolo di cooptazione \u00e8 reale. Per anni, parte dell\u2019establishment capitalista internazionale ha portato avanti un modello di privatizzazione pi\u00f9 morbido, appellandosi al principio dei beni comuni come rimedio al tentativo neoliberista di sottomettere ogni relazione economica ai dettati del mercato. Si \u00e8 compreso che, se portata all\u2019estremo, la logica del mercato diviene controproducente persino da un punto di vista di accumulazione del capitale, precludendo la cooperazione necessaria per un efficiente sistema di produzione. Ne \u00e8 un esempio la situazione che si \u00e8 sviluppata nelle universit\u00e0 statunitensi, dove la subordinazione della ricerca scientifica agli interessi commerciali ha ridotto la comunicazione tra gli scienziati, costringendoli alla segretezza sui loro progetti di ricerca e i relativi risultati.<\/p>\n<p>Desiderosa di apparire come benefattrice del mondo, la Banca mondiale ha persino usato il linguaggio dei beni comuni per dare un impulso positivo al processo di privatizzazione e smussare le previste resistenze. Facendosi passare come protettrice dei \u201cbeni comuni globali\u201d, ha espulso da boschi e foreste coloro che vi vivevano da generazioni, mentre vi consentiva l\u2019accesso \u2013 una volta trasformati in parchi giochi o altre iniziative commerciali \u2013 a coloro che potevano pagare, con la giustificazione che il mercato \u00e8 lo strumento pi\u00f9 razionale di conservazione (Isla, 2009). Le Nazioni Unite hanno imposto il loro diritto a gestire i principali ecosistemi mondiali \u2013 l\u2019atmosfera, gli oceani e la foresta amazzonica \u2013 e aprirli allo sfruttamento commerciale, ancora una volta in nome della preservazione del patrimonio comune dell\u2019umanit\u00e0.<\/p>\n<p>\u201cComunitarista\u201d \u00e8 anche il gergo utilizzato per reclutare lavoro non pagato. Un tipico esempio \u00e8 il programma \u201cBig Society\u201d del Primo ministro inglese Cameron, che fa appello alle energie delle persone per programmi di volontariato volti a compensare i tagli nei servizi sociali che la sua amministrazione ha introdotto in nome della crisi economica. Rompendo ideologicamente con la tradizione a cui Margaret Thatcher ha dato inizio negli anni \u201980, quando proclamava che \u201cNon esiste un qualcosa come la Societ\u00e0\u201d, il programma \u201cThe Big Society\u201d indica alle organizzazioni statali (dalle scuole materne, alle biblioteche e le cliniche) di reclutare artisti locali e giovani che, senza essere pagati, siano impiegati in attivit\u00e0 che aumentano il \u201cvalore sociale\u201d, definita come coesione sociale e soprattutto riduzione dei costi dei servizi sociali. Questo significa che le organizzazioni non-profit che forniscono programmi per i pi\u00f9 anziani possono accedere a fondi pubblici se riescono a creare \u201cvalore sociale\u201d, misurato in base a specifici fattori aritmetici a vantaggio di una societ\u00e0 sostenibile dal punto di vista sociale e ambientale incorporata all\u2019interno dell\u2019economia capitalista (Dowling, 2012). In questo modo, gli sforzi collettivi di costruire solidariet\u00e0 e forme di esistenza cooperative, fuori dal controllo del mercato, possono essere utilizzati per abbattere i costi di produzione e persino accelerare i licenziamenti nel pubblico impiego.<\/p>\n<p>Beni comuni produttori di merci<\/p>\n<p>Un altro tipo di problema per la definizione dei beni comuni anticapitalisti si presenta con l\u2019esistenza di beni comuni che producono per il mercato e sono mossi da \u201cmotivi di profitto\u201d. Un classico esempio \u00e8 costituito da quei prati alpini svizzeri, non recintati, che ogni estate si trasformano in campi da pascolo per mucche, che forniscono latte per la grande industria svizzera casearia. Le assemblee dei produttori di latte, che sono molto cooperative nei loro intenti, gestiscono questi campi. Sicuramente Garret Hardin non avrebbe potuto scrivere il suo \u201cLa tragedia dei beni comuni\u201d se avesse studiato come il formaggio svizzero arriva al suo frigorifero (Netting, 1981).<\/p>\n<p>Un altro esempio spesso citato di beni comuni che producono per il mercato sono quelli organizzati dai pi\u00f9 di mille pescatori di aragoste del Maine, che operano lungo le centinaia di miglia di acque costiere dove milioni di aragoste vivono, si riproducono e muoiono ogni anno. In pi\u00f9 di un secolo, i pescatori di aragoste hanno costituito un sistema comunitario di condivisione della pesca delle aragoste sulla base di una divisione concordata della costa in zone separate, gestite da gruppi locali e sulla base di limiti auto-imposti sul numero di aragoste da pescare. Non \u00e8 sempre stato un processo pacifico. Gli abitanti del Maine si vantano del loro vigoroso individualismo e gli accordi tra i differenti gruppi sono stati talvolta infranti. Sono scoppiati casi di violenza nella competizione per espandere le zone assegnate o infrangere i limiti di pesca. Ma i pescatori hanno presto imparato che queste lotte finivano per distruggere la riserva disponibile di aragoste e hanno ripristinato in tempo il regime comunitario (Woodward, 2004).<\/p>\n<p>Persino il dipartimento statale della pesca del Maine, ora riconosce questa pratica di pesca comunitaria, ritenuta per decenni illegale perch\u00e9 violava le norme antitrust (Caffentzis, 2012). Uno dei motivi di questo cambio di rotta nell\u2019atteggiamento ufficiale \u00e8 stato il contrasto tra lo stato dell\u2019industria ittica di aragoste rispetto a quello della \u201cpesca di profondit\u00e0\u201d (es: la pesca di merluzzo, asinello, platessa e altre specie simili) effettuata nel Golfo del Maine e a Georges Bank dove il golfo si va a unire con l\u2019oceano. Mentre nell\u2019ultimo quarto di secolo i primi sono riusciti a costruire un sistema sostenibile e a mantenerlo (anche durante i pi\u00f9 gravi periodi di recessione economica), a partire dagli anni \u201990, una specie dopo l\u2019altra di pesci da fondo sono stati periodicamente oggetto di pesca eccessiva, portando ogni volta all\u2019ufficiale chiusura per anni della Georges Bank. (Woodward, 2004).<\/p>\n<p>Al cuore del problema ci sono le differenze di tecnologie utilizzate per la pesca di profondit\u00e0 e quella delle aragoste e, soprattutto, la differenza delle aree in cui avviene la caccia. La pesca delle aragoste ha il vantaggio di avere la propria risorsa comune vicino alla costa e all\u2019interno delle acque territoriali statali. Ci\u00f2 rende possibile demarcare le zone per i gruppi locali, mentre le acque profonde della Georges Bank sono difficilmente soggette a ripartizione. Il fatto che la Georges Bank si trovi al di fuori del limite delle venti miglia nautiche ha comportato che venisse consentita la pesca anche a esterni, che utilizzano grandi pescherecci, fino al 1977 quando i limiti territoriali arrivavano fino alle duecento miglia nautiche. Prima del 1977 non era possibile tenere fuori i grandi pescherecci, contribuendo cos\u00ec in modo sostanziale a un depauperamento del pescato. Infine, la tecnologia alquanto arcaica utilizzata in modo uniforme dai pescatori di aragoste, scoraggia la concorrenza.<\/p>\n<p>Di contro, a partire dai primi anni \u201990, i \u201cmiglioramenti\u201d nella tecnologia della pesca di profondit\u00e0 \u2013 \u201cmigliori\u201d reti e equipaggiamento elettronico capace di individuare i pesci in modo pi\u00f9 \u201cefficace\u201d \u2013 hanno portato al caos l\u2019industria, organizzata sul principio del libero accesso (\u201cfatti una barca e potrai pescare\u201d). La disponibilit\u00e0 di una tecnologia di localizzazione e cattura pi\u00f9 avanzata ed economica, si \u00e8 scontrata con l\u2019organizzazione concorrenziale dell\u2019industria governata dal motto: \u201ctutti contro tutti e la Natura contro ognuno\u201d, che chiude \u201cLa tragedia dei beni comuni\u201d che Hardin immagin\u00f2 nel 1968. Questa contraddizione non \u00e8 specifica solo della pesca di profondit\u00e0 del Maine, ma ha afflitto diverse comunit\u00e0 di pescatori del mondo, che ora si ritrovano sempre pi\u00f9 scalzati dall\u2019industrializzazione della pesca e dalla potenza dei grandi pescherecci, le cui reti da strascico svuotano gli oceani (Dalla Costa, 2005). I pescatori di Newfoundland hanno dovuto affrontare una situazione simile a quella di Georges Bank, con disastrose conseguenze per la vita delle loro comunit\u00e0.<\/p>\n<p>Finora i pescatori di aragoste del Maine sono stati considerati un\u2019eccezione inoffensiva che conferma la regola neoliberista per cui i beni comuni possono sopravvivere solo in particolari e limitate circostanze. Guardando, per\u00f2, attraverso le lenti della lotta di classe, il caso delle aragoste del Maine presenta elementi anticapitalisti in quanto comporta il controllo da parte dei lavoratori di alcune importanti decisioni concernenti il processo lavorativo e i suoi risultati. Questa esperienza, poi, costituisce un\u2019inestimabile banco di prova, fornendo esempi di come anche beni comuni su larga scala possano funzionare. Allo stesso tempo, il destino delle \u201caragoste bene comune\u201d \u00e8 ancora condizionato dal mercato del pesce internazionale all\u2019interno del quale \u00e8 inserito. Se il mercato americano crolla o lo stato dovesse consentire le perforazioni off-shore per il petrolio nel Golfo del Maine, essi verrebbero spazzati via. Le aragoste del Maine, pertanto, per noi non possono rappresentare un modello di beni comuni.<\/p>\n<p>I beni comuni come \u201cterzo settore\u201d: una coesistenza pacifica?<\/p>\n<p>Mentre i beni comuni per il mercato possono essere visti come le vestigia di vecchie forme di lavoro cooperativo, un crescente interesse per i beni comuni viene anche da un\u2019ampia fascia di forze social democratiche che sono preoccupate dell\u2019estremismo del sistema neoliberista e\/o riconoscono i vantaggi di relazioni comunitarie per la riproduzione della vita quotidiana. In questo contesto, i beni comuni appaiono come un possibile \u201cterzo\u201d spazio che si colloca a fianco e allo stesso livello di stato e mercato. Come hanno detto David Boiller e Burnes Weston nella loro discussione sulla \u201cgreen governance\u201d: \u201cL\u2019obiettivo generale deve essere la riconcettualizzazione del modello neoliberista Stato\/Mercato come una \u201ctriarchia\u201d \u2013 Stato\/Mercato\/Beni comuni \u2013 in cui i Beni comuni ridefiniscono l\u2019autorit\u00e0 e forniscono modalit\u00e0 nuove e pi\u00f9 vantaggiose. Lo stato dovrebbe mantenere i propri impegni di governo rappresentativo e nella gestione della propriet\u00e0 pubblica proprio come le imprese private dovrebbero continuare a detenere il capitale per produrre beni vendibili e servizi nel settore di mercato\u201d (Bollier and Weston, 2012, p. 350).<\/p>\n<p>Sulla stessa linea, molti gruppi, organizzazioni e intellettuali guardano oggi ai beni comuni come una fonte di sicurezza, socialit\u00e0 e potere economico. Tra questi gruppi vi sono quelli dei consumatori che credono che la \u201cmessa in comune\u201d possa fargli ottenere migliori termini di acquisti, cos\u00ec come gli acquirenti di case che, insieme all\u2019acquisto dell\u2019immobile, cercano una comunit\u00e0 come garanzia di sicurezza e una pi\u00f9 vasta gamma di possibilit\u00e0 per quanto riguarda lo spazio e le attivit\u00e0 previsti. Anche molti orti urbani rientrano in questa categoria, visto il crescente desiderio di cibo fresco e di cui se ne conoscano le origini. Anche le residenze assistenziali possono essere considerate come forme di beni comuni. Tutte queste istituzioni sicuramente parlano per legittimare i propri desideri. Ma il limite e pericolo di tali iniziative risiede nel fatto che esse possono facilmente generare nuove forme di recinzioni, dal momento che questi beni comuni sono costruiti sulla base dell\u2019omogeneit\u00e0 tra tutti i suoi membri, producendo spesso delle comunit\u00e0 chiuse, che forniscono protezione dagli \u201caltri\u201d, che \u00e8 l\u2019opposto di quello che per noi deve essere il principio di base dei beni comuni.<\/p>\n<p>Ridefinire i beni comuni<\/p>\n<p>Cosa qualifica allora i \u201cbeni comuni anticapitalisti\u201d? In contrasto con gli esempi sopra riportati, i beni comuni che noi vogliamo costruire hanno l\u2019obiettivo di trasformare le nostre relazioni sociali e creare un\u2019alternativa al capitalismo. Non sono intesi solo a fornire servizi sociali o ad agire come tampone contro l\u2019impatto distruttivo del neoliberismo, e sono molto di pi\u00f9 di una gestione comune delle risorse. In sintesi, non sono un passaggio verso un capitalismo dal volto umano. O divengono strumento di creazione di societ\u00e0 egualitarie e cooperative oppure rischiano di allargare ancor pi\u00f9 le differenze sociali, creando un rifugio per coloro che possono permetterseli e possono pertanto pi\u00f9 facilmente ignorare la miseria da cui sono circondati.<\/p>\n<p>I beni comuni anticapitalisti, pertanto, devono essere concepiti come spazi autonomi da cui reclamare un controllo sulle condizioni di riproduzione, e come base da cui contrastare il processo di recinzione e liberare sempre pi\u00f9 le nostre vite dalla morsa dello stato e del mercato. Per questo essi differiscono da quelli proposti dalla scuola della Ostrom, in cui i beni comuni vengono immaginati in una relazione di coesistenza con il pubblico e il privato. Idealmente, essi incarnano la visione a cui marxisti e anarchici hanno aspirato ma che hanno fallito nel realizzare: quella di una societ\u00e0 costituita da \u201clibere associazioni di produttori\u201d, autogestiti e organizzata in modo tale da assicurare non un\u2019astratta uguaglianza ma la piena soddisfazione dei bisogni e dei desideri delle persone. Oggi vediamo solo i frammenti di questo mondo (nello stesso modo in cui nell\u2019Europa tardo-medioevale possano aver visto solo frammenti di capitalismo), ma i beni comuni che costruiamo possono gi\u00e0 consentirci di ottenere pi\u00f9 potere rispetto al capitale e lo stato ed embrionicamente prefigurano un nuovo modello di produzione, non pi\u00f9 costruita sul principio della competizione, ma su quello della solidariet\u00e0 collettiva.<\/p>\n<p>capitalismo-no<\/p>\n<p>Come possiamo raggiungere questo scopo? Una risposta a tale domanda pu\u00f2 essere individuata in una serie di criteri, tenendo per\u00f2 conto che in un mondo dominato da relazioni capitaliste, i beni comuni che creiamo sono necessariamente delle forme di transizione.<\/p>\n<p>i. I beni comuni non sono dati, ma conquistati (N.d.T.: nel testo originale \u00e8 scritto \u201cprodotti\u201d, ma qui preferiamo riportare la dicitura usata nei movimenti di lotta per i beni comuni in Italia). Anche se diciamo che i beni comuni sono intorno a noi \u2013 l\u2019aria che respiriamo e le lingue che parliamo possono essere degli esempi chiave di ricchezze condivise \u2013 \u00e8 solo attraverso la cooperazione nella pratica delle nostre vite che possiamo crearli. Questo perch\u00e9 i beni comuni non sono essenzialmente materiali ma sono relazioni sociali, pratiche sociali costitutive. Ecco perch\u00e9 parliamo di \u201cmessa in comune\u201d o \u201ccomune\u201d: \u00e8 proprio per sottolineare il carattere relazionale di questa pratica politica (Linebaugh, 2008). Tuttavia, i beni comuni posso garantire la riproduzione delle nostre vite. L\u2019esclusiva dipendenza da beni comuni \u201cimmateriali\u201d, come internet, non posso riuscire nello scopo. Sistemi idrici, terre, foreste, spiagge, cos\u00ec come le varie forme di spazio urbano, sono indispensabili alla nostra sopravvivenza. Anche qui ci\u00f2 che conta \u00e8 la natura collettiva del lavoro di riproduzione e i mezzi di riproduzione coinvolti.<\/p>\n<p>ii. Per garantire la nostra riproduzione i \u201cbeni comuni\u201d devono comportare \u201cbenessere comune\u201d, nella forma di risorse naturali o sociali condivise: terre, foreste, acqua, spazi urbani, sistemi di conoscenza e comunicazione, devono tutte essere utilizzate non a scopo commerciale. Noi usiamo spesso il concetto di \u201cbeni comuni\u201d in riferimento a una gran variet\u00e0 di \u201cbeni pubblici\u201d che nel tempo abbiamo imparato a considerare come \u201cnostri\u201d, come il sistema pensionistico, quello sanitario, l\u2019istruzione. Tuttavia, c\u2019\u00e8 una cruciale differenza tra i beni comuni e il pubblico, dal momento che il secondo \u00e8 gestito dallo stato e fuori dal nostro controllo. Questo non significa che non dobbiamo preoccuparci della difesa dei beni pubblici. Il pubblico \u00e8 il luogo in cui risiede gran parte del nostro lavoro ed \u00e8 nel nostro interesse che le imprese private non vi mettano le mani sopra. Ma ai fini della lotta per i beni comuni anticapitalisti, \u00e8 fondamentale che non perdiamo di vista la distinzione.<\/p>\n<p>iii. Una delle sfide che oggigiorno dobbiamo affrontare \u00e8 di connettere le lotte per la difesa del pubblico con la costruzione dei beni comuni, in modo da rafforzarsi l\u2019un l\u2019altra. Questo \u00e8 pi\u00f9 che non un semplice imperativo ideologico. Lo ribadiamo: ci\u00f2 che noi chiamiamo \u201cpubblico\u201d in realt\u00e0 \u00e8 costituito da ricchezze che abbiamo prodotto noi e per questo ce ne dobbiamo riappropriare. \u00c8 anche evidente come la lotta dei lavoratori pubblici non pu\u00f2 avere successo senza il supporto della \u201ccollettivit\u00e0\u201d. Al tempo stesso, la loro esperienza ci pu\u00f2 aiutare a ricostruire il nostro modello di riproduzione, decidendo (ad esempio) cosa costituisce un \u201cbuon servizio sanitario\u201d, di che tipo di conoscenze abbiamo bisogno e cos\u00ec via. Di nuovo, \u00e8 molto importante mantenere una distinzione tra pubblico e comune, perch\u00e9 il pubblico \u00e8 un\u2019istituzione statale che prevede l\u2019esistenza di una sfera di economia privata e relazioni sociali su cui noi non abbiamo il controllo.<\/p>\n<p>iv. I beni comuni presuppongono una comunit\u00e0 di riferimento. Questa comunit\u00e0 non pu\u00f2 essere selezionata su base di privilegi identitari ma sulla base del lavoro di cura svolto nella riproduzione dei beni comuni e nella rigenerazione di quanto ad essi sottratto. I beni comuni, infatti, implicano obblighi tanto quanto diritti. Pertanto, il principio di fondo deve essere che coloro che appartengono ai beni comuni contribuiscano al loro mantenimento: ecco perch\u00e9 (come abbiamo visto) non possiamo parlare di \u201cbeni comuni globali\u201d, poich\u00e9 questi prevederebbero l\u2019esistenza di una collettivit\u00e0 globale che oggigiorno non esiste e forse non esister\u00e0 mai, poich\u00e9 non pensiamo sia possibile o desiderabile. Pertanto, quando diciamo \u201cNon vi sono beni comuni senza comunit\u00e0\u201d pensiamo a come una specifica comunit\u00e0 si crea nella produzione di relazioni attraverso cui uno specifico bene comune nasce e si mantiene.<\/p>\n<p>v. I beni comuni richiedono regole che stabiliscano come le ricchezze condivise devono essere utilizzate e amministrate, posto che i principi di organizzazione devono essere un equo accesso, la reciprocit\u00e0 tra quanto dato e quanto ricevuto, processi decisionali collettivi e forme di potere dal basso, derivato da abilit\u00e0 verificate e da una rotazione a seconda degli incarichi da svolgere.<\/p>\n<p>vi. Equo accesso ai mezzi di (ri)produzione e processo decisionale egualitario devono essere alla base dei beni comuni. \u00c8 necessario insistere su questo punto perch\u00e9 storicamente i beni comuni non sono stati ottimi esempi di relazioni egualitarie. Al contrario, sono spesso stati organizzati in modo patriarcale, rendendo le donne sospette di comunitarismo. Anche oggi, molti beni comuni esistenti, discriminano sulla base dei generi. In Africa, la terra disponibile \u00e8 sempre meno e per questo sono state introdotte delle regole per proibirvi l\u2019accesso a coloro che non appartengono per origine al clan. Ma in questi casi, le relazioni non egualitarie costituiscono la fine dei beni comuni, dal momento che generano diseguaglianze, gelosie e divisioni, fornendo la tentazione per alcuni comunardi di cooperare con i privati.<\/p>\n<p>Conclusioni<\/p>\n<p>In conclusione, i beni comuni non sono solo un mezzo attraverso cui possiamo condividere in modo egualitario le risorse che produciamo, ma un impegno nella creazione di soggetti collettivi, nel perseguire interessi comuni in ogni aspetto della nostra vita. I beni comuni anticapitalisti non sono il punto finale della lotta nella costruzione di un mondo anticapitalista, ma il suo strumento, perch\u00e9 nessuna lotta pu\u00f2 avere successo nel cambiare il mondo se non organizziamo la nostra riproduzione in modo comunitario e non ci limitiamo a condividere lo spazio e il tempo delle assemblee e delle manifestazioni, ma mettendo le nostre vite in comune (leggi anche Mettiamo in comune di John Holloway, ndr), organizzate sulla base dei nostri diversi bisogni e possibilit\u00e0, e rigettando ogni principio di esclusione o gerarchizzazione.<\/p>\n<p><a href=\"http:\/\/comune-info.net\/2015\/12\/creare-beni-comuni\/\">link all&#8217;articolo<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Ovunque gli spazi urbani vengono privatizzati, le strade commercializzate ed \u00e8 proibito persino sdraiarsi su di una spiaggia senza pagare. 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