Cadere nel labirinto della follia, vivere l’amore e il desiderio come un viaggio senza meta, perdersi nel tempo, giocare con le lancette dell’orologio, possibilmente ai fini di bloccarle e i giorni più che numeri diventano pilastri di cemento armato impiantate nelle fondamenta per costruzioni di solidi grattaceli che risultano spesso esili per l’animo umano.
“E vivacchio, vivacchio, sono troppo numeroso per dire sì e no, mi sento troppo pazzo. Da sposato maciullerei la bocca alla mia bella, e caduto in ginocchio le direi queste parole losche, il mio cuore è troppo, è troppo … centrale. E tu non sei che carne umana, non puoi trovarmi tanto ingiusto se ti faccio del male. In verità più ci si estasia insieme e meno si è d’accordo. In verità la vita è troppo breve”.
E’ passato qualche anno dall’ultimo lavoro in studio di Lele Battista, dal titolo Nuove esperienze sul vuoto, circa sei anni, non poco, anzi tanto. Il tempo è nemico dell’uomo e i surrealisti teorizzano l’abbattimento di esso: questo disco in particolar modo vuole disintegrarlo, un disco surrealista, non surreale, attenzione.
Lele in questo disco fa le veci di Arianna, Teseo e il Minotauro: più che armarsi di chitarre, amplificatori, pianoforti e così via, il nostro di buon estro si è organizzato per distruggere se stesso (Minotauro) e lo ha fatto come meglio poteva ottenendo un ottimo risultato.
Il labirinto in origine era una danza prima di essere un luogo e poi un’idea, adesso con “ Mi do mi medio mi mento” lo troviamo racchiuso in un disco. Il disco in questione è un’ escalation di suoni e parole mischiate sapientemente come fa un pittore che unisce i suoi pigmenti ai collanti donando vita e immortalità all’opera.
Entrando nel vivo dell’opus, di per se’ i soli titoli vivono di vita propria, componendo uniti l’uno all’atro un racconto: Anni, Non aspettavano altro, Le occasioni che perdono, Da un’altra parte, Un casino pazzesco, Barbari, Se questo fosse un sogno, Se lo sapessi io.
Il Disco apre con l’energica Anni: inizia lo sfogo esistenziale, il tempo è un disegno composto da parole cariche di pathos, “non pensare che sia stato tempo perso è volato di un fiato è stato speso in un perfetto pensiero di te non pensare sia stato tempo perso ero preso dal pensiero di te” così recita l’inciso di questa meravigliosa traccia, che come un pugno nello stomaco fa rimanere senza fiato, perché arriva dritto a colpire i ricordi dell’ascoltatore e riaccende sentimenti repressi. Ineccepibile è la registrazione così come la composizione, curate fino all’ultimo dettaglio. Come la spada nella roccia entrano dentro e scavano in fondo al più duro dei cuori.
Nulla può essere trascurato e nulla può essere lasciato al caso; la seconda traccia racchiude una perla di assoluto valore: Non aspettavamo altro, sonorità che possiamo trovare solo in Playing the Angel dei Depeche Mode, se mai volessimo trovare un’analogia, avvolgono la canzone in una dimensione che viaggia tra passato e futuro con eleganza e raffinatezza e senza cadere mai in uno scontato passatismo, anzi se mai il contrario.
Le occasioni che perdono, un tripudio sapiente di suoni elettronici avvolge le orecchie dell’ascoltatore e non solo, perché se di impianto sonoro importante si parla, non si può tralasciare la visceralità e la profondità di un testo che colpisce e ti culla come “il vento spira fresco verso di te”.
L’ascolto del disco è un’iperbole, più si va avanti e più si apprezza la sua particolarità e la poesia che lo contraddistingue: Da un’altra parte, Un casino pazzesco, Barbari, Se questo fosse un sogno, non esiste canzone in questo disco che non sia un piccolo capolavoro, Lele riesce a creare delle perle sia musicali che letterali, le due parti si equivalgono con un equilibrio tipico solo dei trapezisti, i tedeschi la chiamano Stimmung (atmosfera) e in questo disco c’è ne da vendere, è una di quelle caratteristiche che non si può lasciare al caso, perché rendono l’opera un‘opera d’arte. Barbari, traccia che strega per la sua aria orientaleggiante; Barbaro, infatti, è la parola onomatopeica con cui gli antichi greci indicavano gli stranieri (letteralmente i “balbuzienti”), cioè coloro che non parlavano greco, e quindi non erano di cultura greca.
La canzone non a caso è lontana dalla nostra cultura musicale e a tratti sembra di percepire sonorità del Bowie di Let’s Dance e in particolare ricorda la stupenda China Girl.
Il disco chiude con una canzone commovente a dire poco, Se lo sapessi io, breve ed intensa.
La poesia da queste parti è come prendersi un caffè anche più volte al giorno, per fortuna. Sonorità malinconiche e oniriche si abbinano perfettamente come dell’ottimo vino rosso e formaggi stagionati. Il disco in generale, come sottolineato all’inizio, viaggia su tematiche surrealiste. Il tempo che passa, il tempo che torna, che si disintegra, l’inconscio che vien fuori senza controllo a denunciare aspirazioni, amori, deserti, vita vissuta e passata, fa da cornice ai testi, musiche e melodie, curate con cura e mania. Il resto a voi ascoltatori: ve ne fossero dei Lele Battista, in un dilagare di canzonette, una delle poche perle va conservata con la dovuta cura.
